Pier Paolo Pasolini
Torno,
ritrovo il fenomeno della fuga
del
capitale, l’epifenomeno (infimo)
dell’avanguardia.
La polizia tributaria
(quasi
accertamento filosofico
sugli
incartamentidi un poeta)
fruga
in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati
da carità, dolenti
di
inspiegabili consunzioni, e pieni
di
senso di colpa, come il corpo da ragzzi:
però
con mia gongolante leggerezza perché qua,
non
c’è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno,
e trovo milioni di uomini occupati
soltanto
a vivere come barbari discesi
da
poco su una terra felice, estranei
ad
essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della
Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo
a Roma le mie abitudini
di
bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo
del morire, i suoi feritori...
.
Torno...
e una sera il mondo è nuovo,
una
sera in cui non accade nulla - solo,
corro
in macchina - e guardo in fondo
all’azzurro
le case del Prenestino –
le
guardo, non me ne accorgo, e invece,
quest’immagine
di case popolari
dentro
l’azzurro della sera, deve
restarmi
come un’immagine del mondo
(davvero
chiedono gli uomini altro che vivere?)
-
case qui piccole, muffite, di crosta bianca,
là
alte, quasi palazzi, isole color terra,
galleggianti
nel fumo che le fa stupende,
sopra
vuoti di strade infossate, non finite,
nel
fango, sterri abbandonati, e resti
d’orti
con le loro siepi - tutto tacendo
come
per notturna pace, nel giorno. E gli uomini
che
vivono in quest’ora al Prenestino
sono
affogati anch’essi in quelle strie
sognanti
di celeste con sognanti lumi
-
quasi in un crepuscolo che mai
si
debba fare notte - quasi consci,
in
attesa di un tram, alle finestre,
che
l’ora vera dell’uomo è l’agonia -
e
lieti, quasi, di ciò, coi loro piccoli,
i
loro guai, la loro eterna sera -
ah,
grazia esistenziale degli uomini,
vita
che si svolge, solo, come vera,
in
un paesaggio dove ogni corpo è solo
una
realtà lontana, un povero innocente.
.
Torno,
e mi trovo, prima d’un appuntamento
da
Carlo o Carlone, da Nino a Via Rasella
o
da Nino a Via Borgognona, in una zona
oggetto
di mie sole frequentazioni...
Due
o tre tram e migliaia di fratelli
(col
bar luccicante sullo spiazzo,
e
il dolore, spento nelle coscienze italiane,
d’essere
poveri, il dolore del ritorno a casa,
nel
fango, sotto nuove catene di palazzi)
che
lottano, si colpiscono, si odiano tra loro,
per
la meta di un gradino sul tram, nel buio,
nella
sera che li ignora, perduti in un caos
che
il solo fatto d’appartenere a un rione remoto
lo
delude nel suo essere una cosa reale.
Io
mi ritrovo il vecchio cuore, e pago
il
tributo ad esso, con lacrime
ricacciate,
odiate, e nella bocca
le
parole della bandiera rossa,
le
parole che ogni uomo sa, e sa far tacere.
Nulla
è mutato! siamo ancora negli Anni Cinquanta!
siamo
negli Anni Quaranta! prendete le armi!
Ma
la sera è più forte di ogni dolore.
Piano
piano i due tre tram la vincono
sulle
migliaia di operai, lo spiazzo
è
quello dei dopocena, sul fango, sereno,
brilla
il chiaro d’una baracca di biliardi,
la
poca gente fa la coda, nel vento
di
scirocco di una sera del Mille, aspettando
il
suo tram che la porti alla buia borgata.
La
Rivoluzione non è che un sentimento.
[II]
Poesia
in forma di rosa,
1964
Tutte
le poesie,
Tomo I, Meridiani Mondadori, Milano 2003